Che bel pomeriggio
Sì, un bellissimo pomeriggio con Raffaele Scassellati ieri 12 settembre.
Abbiamo presentato il suo piccolo e preziosissimo libro “A passo di Resistenza” circondati da amici e compagni del nostro presidente emerito.
L’impegno civile e politico è anche fatto di momenti di gratitudine e chi più di Raffaele li merita?
Il libro è andato a ruba e gli abbracci a Raffaele sono stati tanti.
Qui riportiamo alcuni scatti di Matteo Franceschini e il brano che Massimo Pizzoglio ha letto.
Un grazie particolare e di cuore a Daniela Lenzi, anima discreta di questa avventura.
Nel caso abbiamo ancora delle copie del libro
Caluso
Spaventata dai bombardamenti, mia madre, che sentiva la responsabilità della famiglia non potendola condividere con mio padre in guerra, decise insieme a sua sorella di sfollare a Caluso, cittadina a 36 chilometri da Torino, dove avevamo dei parenti.
Il viaggio, che non potrò mai dimenticare, fu allucinante: da Torino a Settimo in treno sulle panche di legno, poi fino a Brandizzo a piedi, da Brandizzo arrivammo a Montanaro su un carro agricolo, poi ancora a piedi fino Rodallo, infine arrivammo a Caluso su un camion militare.
Avevamo affittato una casa in piazza Mazzini da Tota Poncini che abitava nella parte posteriore con un bellissimo giardino e l’aia di fianco.
Lei entrava da via Bettoia, la via principale del paese.
Dopo un periodo di “tranquillità” la ritirata dei tedeschi complicò la nostra vita e ci trovammo in una situazione di pericolo. Ricordo un episodio che a raccontarlo adesso potrebbe strappare un sorriso, ma vi assicuro che si sfiorò la tragedia.
Proprio davanti al nostro ingresso c’erano i tedeschi che si stavano ritirando in direzione di Chivasso, ma all’interno del giardino e dell’aia c’erano già gli americani.
Un tedesco, zelante come sanno essere i tedeschi, decise di puntare la baionetta alla schiena di mia madre:
cercavano mio padre e mio fratello, ma mio padre era prigioniero in Russia e mio fratello maggiore partigiano nei dintorni. Noi ragazzi eravamo rintanati in un armadio dal quale sbirciavamo tutta la scena con un misto di curiosità e di spavento.
Per fortuna mia madre arrivata in cucina non pensò di andare sulla terrazza, si sarebbe portata dietro i tedeschi che avrebbero visto gli americani e noi rischiavamo di finire nel mezzo di una sparatoria e quasi sicuramente non sarei qui a raccontarvela.
Un giorno il preside della scuola agricola mi fermò e mi disse: “Lele hanno preso tuo fratello ed è al muro del castello di Spurgazzi di fronte all’ospedale”.
Spaventato, avrei dovuto correre ad avvisare la mamma, invece, per risparmiarglielo, lo dissi alla zia, ma per fortuna mio fratello cadde un secondo prima della sparatoria e si salvò. Evitò il colpo di grazia, ma fu fatto prigioniero e rinchiuso nella palestra della scuola di Strambino, vicino ad Ivrea. Mio fratello Mimmo, mia zia ed e io andavamo in bicicletta tutti i giorni a portargli da mangiare. La detenzione di mio fratello ebbe nel 1970 un appendice davvero assurda: il comune di Strambino inviò a mio padre una fattura di mille lire come rimborso del “soggiorno” di mio fratello prigioniero.
Dopo qualche sacrosanta imprecazione mio padre strappò in mille pezzi il documento e naturalmente non pagò nulla.
Noi ragazzini a Caluso potevamo girare con una certa tranquillità e questo ci consentiva di andare a cercare di che sfamarci: soprattuto uova e farina e quant’altro avevano i contadini. Molto più complicato cercare legna e segatura per scaldarci.
L’undici febbraio del ’44 mancò il mio fratellino Pio che mio padre non conobbe mai.
Ricordo la corona di mughetti che posero sulla bara.
Da allora quel fiore non lo sopporto più.
Il 5 gennaio del 1945 arrivò il giorno della prima comunione. Durante la notte nevicò moltissimo, tanto che dovemmo uscire di casa dal primo piano e spalare tantissima neve: vestiti pesante, ma ai piedi zoccoli di legno. La comunione si celebrò nella cappella dell’ospedale, io indossavo una camicia bianca, il farfallino ed una divisa di mio papà girata e rigirata. Tota Maria, che si occupava dell’oratorio, suonò al pianoforte.
Il regalo più bello di quel giorno furono i biscotti al “rinfresco”, per quei tempi una vera rarità.











