Fausto Amodei raccontato da Carlo Pestelli
Quando, al funerale di Fausto Amodei, chiedemmo all’amico Carlo Pestelli un ricordo personale di Fausto, suo amico e sodale da più di trent’anni, ci rispose: “adesso non me la sento, ma ve lo mando”.
Bene, è arrivato ed è un bellissimo ricordo, profondo e preciso, nello stile di Carlo che ringraziamo di cuore per il tempo e la passione.

Se non lo conoscevate…
(di Carlo Pestelli)
Il 30 ottobre 2012 Fausto Amodei si esibiva nel suo ultimo live ‘ufficiale’ per l’attentissimo pubblico della pinerolese Sala Patrizia Cerutti Bresso. Organizzato dalla locale Accademia di Musica, il concerto era basato sul repertorio di George Brassens, sicché niente canzoni autografe, nessun Il tarloné Per i morti di Reggio Emilia e piuttosto tante e vertiginose acrobazie lessicali nella rigorosa aderenza alla metrica brassensiana.
In italiano come in torinese le traduzioni di Fausto sono insieme un atto d’amore e una prova di fedeltà al testo sorgente.
Esemplare a questo riguardo la traduzione in torinese di La marche nuptiale, ovvero La marcia ‘d nòsse, in cui i due sposi protagonisti, genitori dell’io cantante, si sposano in Municipio, proprio come nell’originale.
Lo segnalo perché invece Fabrizio De Andrè (cfr. Volume 1 del 1970) rinuncia alla laicità del rito e tradendo lo stesso testo-matrice decide di farli sposare in chiesa.
Questa la strofa incriminata in tutti e tre i casi.
Brassens: Quand même je vivrai jusqu’à la fin des temps / Je garderais toujours le souvenir content du jour de pauvre noce où mon père et ma mère / s’allèrent épouser devant Monsieur le Maire.
Amodei: Vivèissa pura fin-a sent’ani e pì an là / a-i é n’arcòrd che mi i l’avrai mai dësmentià : a l’é col ëd le pòvre nòsse, cand mè pare e mia mare as son marià an Comun, con sindich e fanfare.
De Andrè: Ma pure se vivrò fino alla fine del tempo / Io sempre serberò il ricordo contento delle povere nozze di mio padre e mia madre decisi a regolare il loro amore sull’altare.
Il concerto pinerolese aveva anche un titolo: Tutte le lingue di Brassens. Per l’occasione mi permisi di informare Luca Rastello, grande e sincero ammiratore di Fausto, che quel concerto rischiava d’essere l’ultima apparizione ufficiale in pubblico; Luca capì e dalle colonne di Repubblica-Torino fece uscire un articolo di presentazione della serata a tutta pagina. Per me, che quella sera suonavo con lui, fu l’occasione di affiancare Fausto con altre traduzioni in altre lingue, come inglese e tedesco, ma soprattutto spagnolo e catalano (le traduzioni di Brassens in spagnolo e catalano, rispettivamente del celebre Paco Ibañez e di Miquel Pujadó, sono molto famose, oltre che riuscitissime).
Ma facciamo un passo indietro: anni prima, correva l’anno 1991, fu proprio a Torino che ascoltai Fausto suonare e cantare dal vivo per la prima volta e l’occasione c’entrava sempre con Brassens, di cui ricorreva il decennale della morte. Per l’occasione infatti il Centre culturale français di via Pomba organizzò un recital in cui Fausto omaggiava il maestro cantandone le canzoni più famose; ad esse aggiunse in scaletta alcune delle sue traduzioni e se ricordo bene, dietro l’insistenza del pubblico che reclamava un suo brano, tra i bis infilò Il povero Elia, gemma giovanile trasudante suggestioni ed echi brassensiani in quantità. Tra il numeroso pubblico c’era anche l’altro grande luogotenente brassensiano: Nanni Svampa, accorso appositamente da Milano; poi c’era il critico musicale Gabriele Ferraris, che recensì il concerto, ma c’era anche un signore che all’ingresso temeva non lo facessero entrare: veniva da Bardonecchia e discuteva cogli organizzatori rimarcando che era venuto apposta da fuori Torino. Non meno spaventata dalla ressa, all’entrata, ricordo una signora che intimando a gran voce di non spingere, fece presente che era vedova di una delle vittime dell’incendio del cinema Statuto. Ma ricordo anche alcuni giovani, non ero certo l’unico: il mio vicino di sedia, a occhio e croce mio coetaneo, aveva il registratore portatile per immortalare su musicassetta il raro concerto (ai tempi si chiamavano ancora concerti e non eventi). Io ho conservato l’invito di quel pomeriggio, di quella esibizione in quel luogo così inadatto per tutta quella gente, e sono riuscito a farlo riprodurre nel libretto del recente Oiseaux de passage, disco del 2023 pubblicato dall’infaticabile Valter Colle, di Udine, amico ed editore di Fausto.
Il disco è una sorta di saldo a un lavoro simile e precedente.
Nel 2020, sempre per nota, usciva infatti la prima e ben più corposa testimonianza delle traduzioni brassensiane, fino al 1990; si tratta di una registrazione rudimentale, buona la prima, di molti anni avanti (in sostanza è la digitalizzazione di una registrazione domestica su DAT risalente ai primi anni novanta, avvenuta a casa di Alberto Cesa), ma forse anche per quello doppiamente preziosa, per quel di più di spontaneità. Da quel momento (1990) Fausto, oltre a scrivere ancora alcune canzoni, si cimenta sporadicamente nell’esplorazione di altri repertori paludati, penso a padre Ignazio Isler (di cui se non fosse per Fausto nessuno saprebbe nulla).
Lo spirito di ton ton Georges continua comunque ad aleggiare a casa Amodei e di tanto in tanto, dal 1990 in poi, quel fantasma deve aver puntato i piedi per reclamare altre traduzioni, ancora arditamente fedeli all’originale, perfettamente sovrapponibili per precisione ritmico-metrica.
Ho frequentato Fausto per oltre trent’anni e quando a settembre scorso se n’è andato all’improvviso, mentre era in ospedale per questioni di salute legate alla moglie Gabriella, non ho realizzato facilmente, appresa la triste notizia, che l’indomani mi sarei svegliato in un mondo, una città, senza Fausto. Non mi è mai stato e non mi sarà mai così facile e normale stare al passo d’un amico con tanta naturalezza; c’erano sì quarant’anni di distacco, ma non mi faceva nessuna differenza con amicizie di coetanei o di più giovani. Fausto c’era sempre, solare e presente in ogni circostanza.
Anche se mi allontanavo da Torino, sentivo quel legame così forte per cui mi sembrava di essergli sempre vicino, di potere sempre contare su di lui. Quando abitavo in Spagna, vent’anni fa, riuscii a farlo invitare dal Centro di cultura italiana per una serie di concerti nelle università di Siviglia, Cordova e Granada; era il 2004. Arrivò con la sua chitarra e cantò per un pubblico incuriosito e soddisfatto. Anni prima invece, nel 1995, per il cinquantennale della Liberazione preparammo assieme un recital sulle canzoni dei partigiani. Ci esibimmo almeno una ventina di volte nell’arco di tre mesi, tra aprile e giugno. L’esordio fu nel piccolo auditorium della comunità ebraica di Torino, in barba a ogni norma sulla sicurezza: ricordo infatti una sala pienissima, con anche molta gente in piedi.
Altre due esibizioni di rilievo furono a Boves, il 25 aprile e il 1° maggio a Torino, in piazza San Carlo. Boves è la Vandea della Resistenza, per cui cantare quel repertorio davanti a tanti partigiani brizzolati, al termine del lungo pranzo indetto dall’Anpi locale, fu davvero esaltante. Naturalmente a Fausto chiesero come bis Per i morti di Reggio Emilia e altrettanto naturalmente Fausto accondiscese. A Torino invece, pochi giorni dopo, tutt’altra atmosfera. Quello del Primo Maggio di piazza San Carlo è sempre un concerto poco seguito, a coronamento del lungo corteo e soprattutto in coda al comizio del sindacalista di turno, comizio non sempre seguitissimo da almeno una buona metà delle migliaia di persone che da via Roma continuano ad affluire. A ciò si aggiunga che purtroppo già ai tempi, la fase conclusiva del corteo del Primo Maggio locale rimava con scontri tra celerini e giovani dei centri sociali. A mia memoria è proprio da quell’anno, epoca Valentino Castellani sindaco, che Torino a ogni 1° Maggio non mancherà di far notizia per gli scontri di piazza. In particolare, di quel 1° maggio 1995, ricordo due manifestanti scalmanati salire con foga sul palco: forse volevano intervenire rivolgendosi alla piazza col microfono di rappresentanza, costringendo a sovvertire la scaletta degli interventi. Non lo so… Con Fausto eravamo in procinto di iniziare, ma ben diversamente dal sentitissimo concerto del 25 Aprile, la sensazione d’imbarazzo era palpabile, anche se Fausto non lo dava a vedere.
Un attimo prima d’attaccare con la prima canzone, ci interrompemmo proprio per l’irrompere di quei due indignados, presto allontanati con le buone dal sindacalista della CGIL Gianpiero Carpo. E comunque, a parte i due eventi rituali come il 25 Aprile e il 1° Maggio, il tour resistenziale di quel 1995 si disputò negli auditorium delle scuole torinesi, dai licei Volta e Gioberti al liceo artistico, oltre al noto istituto professionale Amedeo Avogadro. Il reclutamento funzionava per passaparola: ci si esibiva in una scuola e qualcuno lo diceva allo studente d’un’altra scuola che chiedeva ai prof di invitarci e via così. In realtà, nonostante la precarietà organizzativa, noi ci prendevamo molto sul serio.
Fausto era un rigoroso e non avrebbe mai stilato una scaletta di brani ad occasionem senza il setaccio d’un’accurata selezione crono-filologica. Nelle riunioni preliminari fu infatti molto chiaro: le prime tre, irrinunciabili canzoni da studiare erano: Strofette di Regine Coeli, Dongo e Festa d’aprile. La prima è un’ampia cronistoria post 25 luglio 1943, scritta da Franco Antonicelli, sull’aria della romanesca Sor Capanna. La seconda è l’archetipo del canto popolare di tradizione orale, diffuso all’epoca dei fatti, con particolare riferimento all’arresto del duce (“la fatal sua cattura”). La terza fu scelta anche perché vincitrice, ai tempi in cui fu composta, d’un vero e proprio festival di canzoni partigiane, ideato da Nuto Revelli.
Più di una volta Fausto mi confidò che se non fosse stato per l’amico Sergio Liberovici avrebbe fatto soltanto l’architetto e questo la dice lunga su quanto Liberovici sia stato artisticamente determinante, dentro al Cantacronache; probabilmente tanto quanto Michele Straniero era il personaggio-fluido tra le diverse anime del gruppo. Quel che è ancora più certo è che folgorato dai dischi di Brassens, il giovane Amodei accantonò il pianoforte per buttarsi sulla chitarra e provarci anche lui. In questo senso il caso di Fausto è singolare, trattandosi d’un cantautore che diversamente dalla maggioranza dei colleghi non si avvicina allo strumento imparando i pochi, necessari accordi per accompagnarsi, ma piuttosto traspone sulle sei corde una complessità armonico-melodica che gli derivava dall’agilità sul pianoforte e dall’occhio allenato alla lettura. Provare per credere: canzoni come Il ratto della chitarrao la conosciutissima (e molto coverizzata) Per i morti di Reggio Emilia non s’è mai sentito nessuno riprodurle come l’autore, mentre è ben più facile, oltre che frequente, sentirle storpiare. L’ordito di accordi e appoggi e le immancabili diminuite che punteggiano le partiture delle canzoni di Fausto è spiegabibile se si tiene in conto la matrice di partenza, appunto la musica classica, particolarmente quella sinfonica, da lui prediletta. Limitandoci a un paio di esempi, sono infatti da rintracciare in Musorgskij e in un’aria della Bohème gli spunti ispirativi, rispettivamente, per la sovracitata Per i morti di Reggio Emilia e per Il tarlo. Il Fausto-chitarrista non era quindi una posa; il fatto è che non avrebbe potuto suonare diversamente, perché la fonte tecnica dalla quale partiva e ragionava non era quella di tutti gli altri cantautori. La stessa Giovanna Marini, che pure perfezionò lo studio della chitarra con Segovia, spendeva affettuosa ironia, oltre che sincera ammirazione, sulla complessità chitarristica delle canzoni di Fausto.
In generale aveva il culto per il lavoro fatto bene, perché sennò non era lui. Fosse un progetto per il collettivo di architetti, la preparazione di un concerto, l’organizzazione di un compleanno o di una gita in montagna, le cose andavano fatte come si deve.
Fausto è sempre stato un tutt’uno con la sua naturalezza: padre e marito attento, sempre di umore solare, ciclista appassionato, si recava al lavoro sempre in bicicletta, anche se pioveva (nel caso si riparava con una mantella simile a quella in dotazione ai vigili urbani), seguiva la politica e ne commentava i fatti con spirito pratico, valutando dall’interno, già che fu deputato per quasi cinque anni (1968-’72) in una legislatura alla fine della quale si potè parlare di Statuto dei lavoratori, approvazione del divorzio e della prima riforma fiscale, istituzionalizzazione delle regioni ecc.
Naturalmente ascoltava molta musica: era abbonato ai concerti dell’Unione musicale e frequentava l’Auditorium RAI; se ospitava amici a cena stappava vini ben scelti, mentre per il fabbisogno quotidiano c’era sempre una bottiglia di grignolino sul carrello.
Raramente parlava del passato, a volte riceveva dischi di cantautori-ammiratori speranzosi d’un suo parere e nel poco tempo libero, se non leggeva un libro, suonava il pianoforte. Inoltre si concedeva generosamente a giornalisti e appassionati di ogni età che, di tanto in tanto, venivano a conoscerlo nella dimora di via Vincenzo Monti, un alloggio al primo piano pieno di libri (ben più che di dischi) e di quadri, tra i quali spiccavano due ritratti dipinti da altrettanti pittori-ammiratori.
Ancora una cosa: io so per certo, lo ricordo bene, che la prima volta (estate 1991) che a casa di amici sentii la voce di Fausto attraverso un vecchio LP, era per Se non li conoscete. Non so chi è che accese il giradischi: immagino l’amica Caterina; eravamo a casa sua… Ed eravamo un gruppetto di ventenni, tutti studenti tra fine liceo e inizio università, e Fausto Amodei, un collega architetto del padre di Caterina, era a tutti sconosciuto. La canzone ci lasciò spiazzati, tra risolini di meraviglia e incredulità. Quella sera la volemmo riascoltare almeno altre tre volte. Negli anni ho suonato con molta gente e spesso ho trasmesso la passione per il repertorio di Fausto a gente che magari lo conosceva solo di fama, o ad amici musicisti come Filippo Gambetta, in passato, e più recentemente Federico Bagnasco e Vincent Boniface.
Sul volto di questi talentuosi musicisti, ho colto lo stesso stupore, la stessa meraviglia provati personalmente tanti anni prima, quando per caso ascoltai per la prima volta Se non li conoscete a casa di un’amica.








