Il racconto di Sofia Giuliano – la giovanissima staffetta partigiana Carmen
Intorno all’ultimo 25 Aprile ci è arrivata una bellissima testimonianza che pubblichiamo ora, con ritardo e ci scusiamo.
E’ la testimonianza di una giovanissima staffetta partigiana del Partito d’Azione:
Io ero piccola, invisibile ai fascisti, ma avevo il fuoco dentro. Dissi a mia madre: “Voglio un ruolo, voglio fare qualcosa anche io.
Ringraziamo di cuore per avercela inviata ci scusiamo ancora per il ritardo.
Qui potete vedere il video e di seguito la sua testimonianza:
La più giovane staffetta
Sono Sofia Giuliano, ma molti mi conoscono come Carmen, il mio secondo nome. Per anni ho custodito i miei ricordi in silenzio, consegnandoli solo a mia figlia e a mio nipote. Ma oggi ho deciso di raccontarli perché la memoria, se non condivisa, rischia di svanire.
Nel 1944 ero una ragazzina di quattordici anni. La guerra mi aveva già tolto la casa in via Monferrato, bombardata, mentre mio padre era prigioniero in Algeria. Ero sfollata, avendo perso tutto, insieme a tantissima altra gente, in un posto tristissimo, la Manifattura Tabacchi di corso Regio Parco. Dopo questo lungo periodo in cui tutti abbiamo fatto la fame, sono andata a vivere in corso Sebastopoli 143 con mia mamma e mia sorella piccola. La nostra casa non era solo un rifugio: era la sede clandestina del Partito d’Azione. Tra quelle mura sono passati uomini come Duccio Galimberti, Ferruccio Parri, Peccei, Andreis e Galante Garrone.
Io ero piccola, invisibile ai fascisti, ma avevo il fuoco dentro. Dissi a mia madre: “Voglio un ruolo, voglio fare qualcosa anche io”. Diventai una staffetta. Attraversavo Torino con i messaggi nascosti tra i libri di scuola o sotto le mie due lunghe trecce. Ricordo la paura in Piazza d’Armi: quando suonava la sirena mi tuffavo nei fossati, aspettando che il cielo smettesse di urlare. Un giorno, in una galleria d’arte dove ero andata a visitare una mostra con una compagna, sotto i portici del Cinema Lux, la Decima Mas bloccò tutti. Cercavano documenti importanti. Io li avevo proprio lì, nel quaderno. Il cuore mi rimbalzava in gola. Sentii un soldato urlare: “Le bambine no, lasciatele passare!”. Uscii camminando dritta, senza guardare indietro, portando in salvo quei segreti che avrebbero raggiunto Duccio Galimberti. Una notte da noi c’era Livio Pivano, che per noi era diventato zio Livio, che dormiva nella mia camera, mentre io dormivo con mia sorella e mia mamma. D’improvviso abbiamo sentito suonare il campanello sotto, non vi dico lo spavento!
Mia madre si è alzata di corsa e Livio ha preso le chiavi ed è sceso correndo in cantina perché il padrone di casa ci aveva dato di nascosto le chiavi in caso di necessità. Per fortuna mia madre si è affacciata al balcone e ha visto che questi avevano suonato il campanello perché erano avvinazzati , ma lo spavento che abbiamo preso non vi dico perché si viveva sempre col cuore in bocca. Mia madre, pur con mia sorella piccolina e con me ragazza, aveva imparato a dominare queste tensioni.
Ricordo ancora la corsa disperata in bicicletta verso Borgo San Paolo. Dovevo dire una parola d’ordine in panetteria: “Sono venuta a prendere due biove”. Era il segnale per far scappare Duccio, che era braccato. Pronunciai quelle parole con precisione, come mi aveva ordinato mia madre. Quell’ordine salvò la sua vita.
Ma la guerra è sempre sinonimo di orrore. Un giorno il tram su cui viaggiavo si fermò in via Pietro Micca. I fascisti ci fecero scendere a forza:
“Guardate tutti!” urlavano. Alzai la testa e vidi due ragazzi, poco più grandi di me, impiccati. Ancora oggi, li rivedo li e sento quel groppo in gola. Non ho parole per descrivere quel vuoto.
Poi, finalmente, arrivò la fine. Le finestre spalancate, la gente che ballava in strada, e un ragazzino di nome Gianni che sventolava una bandiera sotto il mio balcone per salutarmi, come mi aveva promesso, se fosse finita la guerra. Sono stata definita “la più giovane staffetta del Partito d’Azione”. Oggi quel titolo lo porto con me non per vanto, ma per ricordarvi che la libertà è stata conquistata dal coraggio di molti, anche di chi aveva solo quattordici anni e due trecce davanti al petto.
Sofia Giuliano






