Bosio Giovanni del C.L.N. di Pianezza
Una nostra iscritta, Erica Bosio, ci ha mostrato dei documenti che raccontano la Resistenza di suo padre: Giovanni Bosio. Sono appunti, santini, annotazioni, cronologie di avvenimenti, nomi e organizzazioni che Giovanni scriveva.
Non c’è eccessiva retorica o enfasi, sembra quasi che per lui fosse naturale, oltre che giusto, decidere da che parte stare. Nonostante il rischio quotidiano di rischiare la vita.
Ringraziamo Erica di aver voluto donarci questo suo (e nostro ora) ricordo di coraggio per la libertà dicendoci:
“Commovente nella sua onestà (capii che non ero fatto per la vita sulle montagne), papà rende anche molto bene il disorientamento dei ragazzi all’inizio e l’importanza dell’impegno di tutti, delle figure di collegamento, com’è stato lui.”
Condividiamo con voi questo breve racconto di storia partigiana che inizia l’otto settembre del ’43 e si conclude con la Liberazione.
Lo riportiamo così come era stato scritto, senza aggiustamenti o correzioni.
BOSIO GIOVANNI – 8/Sett/43-25/Apr./45
C.L.N. PIANEZZA
All’8 Settembre 43 mi trovavo all’aeroporto di Metato vicino a Pisa. Ero andato sotto le armi nel giugno del 41 come motorista e mi ero sobbarcato anche 1 anno d’Africa settentrionale rientrando poi miracolosamente in Italia alla fine del febbraio, (la maggior parte dei miei compagni era stata fatta prigioniera a Sfax). Il proclama d’armistizio di Badoglio creò uno sgomento generale; nessuno di noi sapeva cosa fare ma, quando al mattino seguente vedemmo in lontananza dei reparti tedeschi che si organizzavano per farci prigionieri, vi fu un fuggi fuggi generale.
In compagnia di un mio compagno d’armi raggiungemmo Acqui: “I passeggeri di quel treno furono meravigliosi poichè ci fornirono abiti civili e si prodigarono nel nasconderci dai tedeschi che, ad ogni fermata, controllavano se c’erano dei giovani. Rimasi a casa di questo mio compagno a Melazzo nei sobborghi di Acqui finchè arrivò mia sorella Germana con dei miei abiti civili e altro per camuffarmi un pò. Raggiunsi con lei Pianezza e ritrovai finalmente la mia famiglia che era sfollata presso gli zii Gherra.
Dopo alcuni giorni, con altri giovani sbandati, presi la via della montagna rifugiandomi presso una famiglia di contadini sopra Givoletto dove, a giorni alterni, arrivava mia sorella in bici a portarci vitto e notizie. Un giorno ci disse che dai movimenti dei tedeschi più a valle quel luogo non era più sicuro per noi. Cercammo dei contatti più a monte verso la Bassa ma non ne trovammo. Rientrammo a Pianezza ancora più confusi di prima.
Nei mesi seguenti, per evitare una eventuale e facile cattura, andai ad aiutare mio zio in Sassetto, luogo alquanto nascosto e quindi più sicuro. Quando poi la situazione diventava troppo pericolosa a causa di perduranti rastrellamenti, andavo da altri miei zii in viale S. Pancrazio i quali avevano preparato un rifugio alquanto sicuro sotto una conigliera; era una buca non tanto comoda ma serviva allo scopo. Quando mi trovavo a casa e d’improvviso si sapeva di un rastrellamento, mi infilavo nel fienile degli zii, posto molto pericolo per eventuali incendi.
Ai primi di Marzo 44 decisi di nuovo di andare in montagna. V’eran con me altri due ragazzi di leva di cui uno era il figlio della portinaia dell’Avv. Chauvelot dov’era impiegata mia sorella Germana. Dopo 3 giorni di marcia nella neve, attraverso il Col del Lys, raggiungemmo Lemie ma anche quella
volta non ebbimo fortuna. Il comandante di cui non ricordo il nome, si stupì di vederci perchè v’era in atto un furioso rastrellamento nelle tre valli. Mi disse che non avevano armi per noi e, forse, sarebbero passati in Francia. Ci consigliò di aspettare un altro momento più opportuno e così ce ne ritornammo a casa con enormi difficoltà poichè dovevamo tenerci lontani dalle vie normali battute dai tedeschi. Da quell’avventura mi resi anche conto che non ero adatto per la dura
vita dei partigiani. Avrei cercato di collaborare con loro anche rimanendo in pianura.
Ebbi la fortuna di conoscere il sig. Costa Carlo e la sua famiglia; erano sfollati in una sola camera vicino ai Bergallo in V.le S. Pancrazio. Costui, esponente del Partito d’Azione, era anche un vecchio antifascista molto intraprendente e
cercava elementi validi per formare a Pianezza il C.L.N. Comunale. Quando mi interpellò aderii anch’io; avevan già aderito Patroncini, Miletto, poi Lo Bello e Vaglini. Ecco quì di seguito l’esatta
composizione:
Presidente Sig. Costa Carlo
Componenti
Miletto Silvio P.S.I.
Patroncini Guido P.C.I.
Bosio Giovanni P.A.
Lo Bello Luigi Lib.
Vaglini Alfredo Dem. C.
Come tutti i C.L.N. della bassa valle ebbe vita molto difficile in quanto si susseguivano le scorribande nazi-fasciste data la vicinanza con Torino e bisognava essere molto cauti poichè in paese v’era pure un comando tedesco. Il C.L.N. fu riconosciuto dal C.L.N.R.P. a partire dal 6 Maggio 44.
Il Sig. Costa, rappresentante di professione, aveva un ufficio a Torino in comune col Sig. Uberti situato in piazza Statuto 20. Teneva continui contatti con esponenti della lotta clandestina della città. L’ufficio serviva anche come luogo d’incontro. Poichè io viaggiavo sovente con lui con materiali compromettenti, mi trovò un post posto fittizio di lavoro lì nei pressi onde avere un documento valido per circolare.
A Pianezza vi erano altre persone che collaboravano attivamente con noi: Corna, Berti, Miletto, Vernetti, Genova, Patroncini, Finello, Gramaglia, Vignolini, Marchiandi, Eusebio, mia sorella Germana, la Sig.ra Costa e altri.
I documenti compromettenti li nascondevamo in un tubo conico sigillato nei fossati e sempre in posti diversi. Le riunioni si tenevano quasi sempre all’aperto e, quando sembrava tranquillo, in casa Costa o in casa Lo Bello a S. Pancrazio.
Sorprese ne ebbimo parecchie di cui una merita l’evidenza:
Una domenica, mentre si teneva una riunione in casa Costa, ci accorgemmo di essere circondati dai tedeschi. Noi in casa eravamo in quattro, Costa, sua moglie, Corna ed io.
Il comandante ci fece buttar fuori casa e denudare mentre altri militari mettevano sottosopra la casa ma, per fortuna nostra, non c’eran documenti ed era quello che loro cercavan.
Ad un certo punto il comandante si mise ad imprecare ma contro false spie italiane e, per fortuna nostra, se ne andarono. I documenti c’erano ma nel fossato poco lontano.
Frattanto i rastrellamenti in bassa valle si susseguivano a ritmo continuo limitando di molto i nostri movimenti.
In Settembre il Costa fu arrestato in piazza Statuto mentre andava in ufficio. Per quattro lunghi giorni, finchè non lo lasciarono, rimanemmo nell’ombra: non si era mai sicuri del silenzio di un arrestato sotto tortura!
C’eravamo divisi i compiti. I più anziani di noi cercavan di sensibilizzare la popolazione mentre noi giovani assolvevamo i compiti di legamento tra il C.L.N. e i gruppi partigiani di bassa valle.
Il Lo Bello usava talvolta una scassata 500 B molto utile ma pericolosa, mio cugino ed io preferivamo andare in bicicletta ma più sovente a piedi attraverso i campi. Durante queste missioni bisognava usare molta cautela poiché in bassa valle, partendo da Rivoli fino a Fiano attraverso Casellette, Val della Torre, Givoletto, S. Pancrazio, S. Gillio, Druento, La Cassa v’eran sempre scorribande e anche scontri tra Folgore, X Mas e partigiani della 17a, della colonna Lera e anche della 19a e lla. Lo Bello si salvò per miracolo e il caro toscano Vignolini ci lasciò la pelle; era il 10/01/45.
Avevamo anche formato un nucleo di polizia. Attraverso questo si cercava di salvaguardare la vita degli ebrei, di sapere se vi fossero in zona delle spie, di nascondere o sconfinare i cadaveri dei tedeschi o fascisti uccisi, per evitare eventuali rappresaglie nel paese. V’erano ancora ex soldati sbandati di cui non conoscevamo bene le intenzioni e cercavamo di tenerli sotto controllo. Per quanto riguardava l’altra autorità costituita che noi non riconoscevamo, il Podestà e i carabinieri, non temevamo molto per il fatto che a loro conveniva non vedere; si guadagnavano così l’impunità per il dopo.
A Ottobre perdevamo il caro Marchiandi e a Novembre il Rua Giovanni.
Si ebbe una battuta d’arresto nell’autunno 44 a seguito del proclama di Alexander che sommariamente diceva alle forze partigiane di disciogliersi poichè, per l’inverno, le loro truppe non si sarebbero mosse dalla linea Gotica. Ciò portò un pò di scompiglio ma, grazie alla carica morale e poi alla unificazione delle varie brigate non vi fu lo sbandamento desiderato.
L’inverno fu durissimo soprattutto per i poveri partigiani.
Faceva un freddo cane e in montagna mancava tutto; vitto, medicine e rifugi sicuri.
Queto proclama giunse inaspettatamente e fu una delusione per tutti poichè, dopo gli sbarchi alleati a Tolone, si pensava ad una avanzata alleata continua verso il nord e a una conclusione verso l’autunno inoltrato. Oltre ai partigiani anche i civili ebbero di fronte un inverno terribile. Ma già a Gennaio s’incominciò ad intravedere un certo movimento. Vari distaccamenti della 17a controllavano le strade della bassa valle e anche il comando si era istallato nei pressi di S. Pancrazio. A Val della Torre si stava preparando un campo di concentramento per l’eventuale prossimo finale. La primavera portò a tutti noi nuove energie ed entusiasmo poichè capivamo che la situazione di stallo si stava muovendo. Presagivamo che gli alleati non potevano più tergiversare: il C.L.N. e il C.M. stavano coordinando tutte le forze disponibili per l’ultimo attacco. Lo si deduceva pure dai disordinati e selvaggi comportamenti dei nazifascisti; era il loro ultimo ruggito.
In questi ultimi mesi Costa ed io facevamo una ininterrotta spola con Torino e con quanta fifa su quel trenino! A Lucento blocchi continui talvolta ci facevano ingoiare ciò che era compromettente o fuggire in chiesa quando ci andava bene, e, alla stazionetta di Collegno, se ci avvisavano in tempo, spariva tutto nei campi con la speranza di recuperarlo in seguito.
11 20 Aprile, dopo il grande sciopero generale e la veloce avanzata delle truppe alleate, il piano insurrezionale si diramò ovunque. Il 25 Aprile già quasi tutte le formazioni partigiane si trovavano nei dintorni di Torino mentre Genova e Milano venivano liberate. La 17a da S. Pancrazio era pronta per scendere sull’obbiettivo affidatole e cioè: Piazza fortificata Bernini, Pellerina, Basse Dora, Ferriere. Questa brigata con la 42a intervenne anche all’Aeritalia poichè le S.A.P. e gli operai insorti si trovavano a mal partito.
Noi del C.L.N. avevamo già issato le bandiere al municipio ma dovemmo affrettarsi a toglierle poichè reparti tedeschi provenienti dal cuneese via Pinerolo-Rivoli-Alpignano-Pianezza si trovavano già nelle nostre vicinanze. Ci rifugiammo in casa Lo Bello a S. Pancrazio. La 17a era sul pié di guerra nei dintorni. Le ultime truppe tedesche, rabbiose per la disfatta, alloggiarono nelle nostre case senza ritegno alcuno, poi, in parte, se ne andarono; rimase qualche retroguardia. Ci furono degli scontri a fuoco e a noi toccò il compito penoso di nascondere cadaveri di soldati tedeschi per evitare rappresaglie.
Mori quì anche Cumino Alfonso e un altro di cui non ricordo il nome. Il 29 Aprile, per Collegno e Grugliasco fu peggio; le vittime, in parte partigiane e in parte civili, furono 66 rivendicate dal coraggioso comandante Negro che insegui queste truppe sanguinarie fino a Robassomero infliggendo loro una dura lezione; purtroppo anche Romeo ci lasciò la vita.
Mentre Torino e moltissime altre località erano già state liberate, a Pianezza c’erano ancora dei tedeschi il 30 Aprile ma già i partigiani compivano opera di polizia e noi potevamo prendere possesso definitivo del Comune e nominare ” L’ASSEMBLEA POPOLARE ”
Sindaco
Frio Giovanni
Vice Sindaco
Berti Alfredo
Consiglieri
Peradotto Carlo – Vernetti Carlo – Gelsomino Lorenzo – Ronco Roberto Borione Carlo – Gramaglia Ernesto – Giacometto Marco – Chiaretta Adolfo Candellone Giovanni – Corna Giovanni – Finello Gaetano – Zenti Michele Pavese Mirella.
Seguirono giorni indescrivibili di gioia; la strada era una grande casa dove tutti si abbracciavano, si baciavano; i cinque anni di guerra erano finiti! Anche senza l’aiuto degli alleati avevamo riconquistato la libertà, la democrazia. Per ognuno di noi questo periodo storico ci fece riflettere e maturare. Negli ultimi venti mesi ogni italiano dovette fare una scelta ben precisa non ignorandone i rischi. La guerra aveva causato milioni di morti.
Per ricordarli degnamente è nostro dovere difendere la libertà così duramente conquistata.
Giovanni Bosio








