Sul decreto sicurezza
In questo paese Ghandi finirebbe in carcere insieme ad operai ed operaie che bloccano una strada perchè buttati su una strada. E’ evidente che per questo governo buttare per strada è lecito ma stare su una strada è reato.
E va bene anche lasciare madri e bambini in carcere, così imparano i bambini e in futuro si scelgono madri migliori.
Se occupi una casa rischi da due e sette anni di galera. Una famiglia disperata si accomodi per strada, con le dovute cautele perché rischia la galera per accattonaggio.
La polizia userà le bodycam per sorvegliarti naturalmente senza codice identificativo. Vedi mai che si fanno un selfie.
La resistenza passiva diventa reato, i poliziotti possono girare con arma propria anche fuori dal regolare servizio… E guai a protestare nei pressi del ponte sullo stretto, anche se non c’è ancora e forse mai ci sarà. Evidentemente è una questione di principio o di Salvini.
Mentre la mafia fa affari con le sostanze stupefacenti il decreto sicurezza colpisce la cannabis light.
Però, citando il ministro della (in)giustizia Nordio, se sei una donna che rischia violenza puoi rifugiarti in una farmacia (se è di turno) o in una chiesa (se c’è la funzione in corso).
Non stiamo bene e non sta bene nemmeno la nostra Costituzione.
Riportiamo per riassumere un’infografica sul decreto che è passato senza discussione in parlamento.
Dopo l’infografica trovate gli interventi di Federico Fornaro alla Camera e di Andrea Giorgis al Senato (di questo ultimo abbiamo anche il testo) che invitiamo ad ascoltare.
Sotto l’infografica (da Quifinanza, è la più completa che abbiamo trovato)

Intervento Federico Fornaro
Intervento Andrea Giorgis
Testo intervento Andrea Giorgis
Presidente,
Onorevoli colleghi,
In questi circa 13 mesi, prima alla Camera e poi al Senato, abbiamo cercato, con serietà e rigore, di mettere in evidenza i tanti limiti e le molte contraddizioni delle norme che sono oggi contenute nel decreto che state per convertire.
Facendo tesoro dei contributi degli esperti che abbiamo audito, delle riflessioni di insigni giuristi, di magistrati, di avvocati e delle analisi che da tempo molti istituti di ricerca svolgono sul tema della sicurezza, abbiamo cercato di dimostrare come tali disposizioni non siano in grado di garantire ai cittadini alcuna maggiore #sicurezza ma tolgano soltanto, a tutti noi, un po’ di #libertà
Nelle disposizioni contenute del decreto in esame, ci sono molti nuovi reati (ben 14), molte nuove circostante aggravanti e innalzamenti di pena (ben 9) una significativa estensione della carcerazione, l’autorizzazione agli agenti di pubblica sicurezza a detenere e a portare senza licenza nuove armi anche quando non sono in servizio, ma non c’è nessun investimento sulla prevenzione, sulla rigenerazione urbana, sulle marginalità sociali, sulle condizioni degli istituti penitenziari e sulla funzione rieducativa della pena, o sulle condizioni di lavoro del personale delle forze di pubblica sicurezza.
È insomma un decreto che cerca di affrontare alcune questioni di indubbia rilevanza sociale (basti pensare all’emergenza abitativa, alla situazione carceraria o alla diffusa microcriminalità sui mezzi di trasporto o in diverse aree critiche delle città) attraverso la sola prospettiva repressiva, spingendosi a punire anche condotte che costituiscono, più che una minaccia alla libertà e alla sicurezza dei cittadini, forme di manifestazione del dissenso o di reazione, non violenta, a condizioni di particolare degrado.
Ciò è particolarmente evidente nell’articolo che introduce il reato di “blocco stradale” e punisce con la reclusione chi impedisce la circolazione, stradale o ferroviaria, anche solo con il proprio corpo, attraverso comportamenti non violenti, come spesso accade in occasione di scioperi o cortei di protesta.
Ed emerge con altrettanta evidenza nelle irragionevoli previsioni che riconducono le condotte di resistenza passiva (come ad esempio il rifiuto non violento di rientrare in cella) nell’ambito del delitto di rivolta all’interno di un istituto penitenziario o di un CPR), equiparando tali condotte a quelle di chi partecipa alla rivolta “mediante atti di violenza o minaccia”.
E ancora dalle disposizioni che introducono una serie di aggravanti (prevalenti su eventuali attenuanti) al delitto di resistenza a pubblico ufficiale, tra cui quella che punisce più severamente il fatto se commesso al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica; o dalla disposizione che introduce una nuova fattispecie di reato di lesioni personali a un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni.
E poi – come ben sappiamo – l’introduzione di nuovi reati e l’aumento delle pene detentive rischia di aggravare ulteriormente il problema del sovraffollamento delle carceri e di allontanare sempre di più l’esecuzione della pena dalle finalità prescritte dalla #Costituzione.
Eppure nelle disposizioni di questo decreto non c’è alcun investimento, né sul personale della polizia penitenziarie e del trattamento, che continua a essere carente, né sulle strutture che necessitano di serie manutenzioni e ristrutturazioni, né vi è alcuna nuova misura alternativa al carcere, neanche quelle sperimentate con successo durante la pandemia, e non vi è neppure traccia di un qualche investimento per garantire l’accesso alle misure alternative (quelle) esistenti da parte di tutti coloro che ne avrebbero diritto.
Basti considerare che attualmente sono detenute in carcere più di 1500 persone che scontano una pena definitiva inferiore a un anno e che tra di esse più di 700 sono persone che non hanno un domicilio.
Vi è invece una modifica in senso restrittivo dell’istituto del differimento pena per le donne incinte o per le madri di prole sia di età inferiore a un anno, sia di età inferiore a tre anni; una modifica in senso restrittivo che finirà quasi inevitabilmente per comprimere l’interesse preminente del minore, specie in un contesto nel quale vi sono solo 4 Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri (a Torino, Milano, Venezia e Lauro) e molte madri e i figli, a cui non verrà concesso il differimento della pena, verranno anche allontanati dai luoghi dei propri legami familiari.
Il sovraffollamento, com’è noto, ha raggiunto livelli insostenibili e con questo decreto rischia solo di crescere ulteriormente, e con esso il disagio e la sofferenza dei ristretti e l’insicurezza dei cittadini liberi.
I direttori, gli agenti e il personale amministrativo e del trattamento per quanto diano prova di grande dedizione e professionalità, non sono oggi messi nelle condizioni di poter garantire un’esecuzione della pena conforme ai precetti costituzionali e in grado di offrire ai detenuti un’opportunità di reinserimento sociale: e ciò solleva (anche) una questione di sicurezza dei cittadini liberi.
Perché, come dimostrano tutti gli studi condotti sul tema, laddove l’esecuzione della pena è in grado di offrire una possibilità di reinserimento e “rieducazione” i tassi di recidiva diminuiscono. Mentre laddove la pena è mera privazione della libertà, scontata in condizioni di degrado, i tassi di recidiva crescono.
E in ogni caso, prima di introdurre nuove fattispecie incriminatrici o inasprimenti delle pene detentive occorrerebbe riflettere sul dato crescente e allarmante dei suicidi: una tragedia umana e una sconfitta delle istituzioni a cui non ci si può rassegnare.
Ora, qual è stata la risposta a tali critiche ? E alle molte altre che abbiamo sollevato, ma che per ragioni tempo non posso che limitarmi a citare, come ad esempio l’incomprensibile introduzione del divieto di importazione, di cessione, lavorazione, distribuzione, commercio, trasporto, spedizione e consegna della canapa industriale; o dell’altrettanto ingiustificato incremento dei poteri dei servizi di sicurezza, senza alcun corrispondente incremento dei controlli parlamentari..
La risposta è stata il silenzio, un silenzio talvolta imbarazzato, perché in molti casi la irragionevolezza delle misure è apparsa davvero clamorosa, ma sempre un silenzio.
Un silenzio che ha significato indisponibilità a qualsiasi vero confronto, a qualsiasi ipotesi di emendamento o riscrittura.
Un silenzio che sta diventando sempre più la vostra regola, il vostro modo di interpretare il mandato ricevuto dagli elettori. Il vostro modo di trasformare il Parlamento da luogo di discussione e di composizione del pluralismo politico e sociale, in luogo di mera esecuzione, di mera ratifica di scelte compiute altrove. Scelte extraparlamentari, frutto di accordi blindati che nessun parlamentare, anche difronte al più evidente strafalcione giuridico, o alla più evidente irragionevolezza, può modificare, correggere o integrare.
E’ cosi che sta per concludersi anche la discussione in commissione sulla riforma costituzionale della magistratura: una riforma che il Governo ha fin da subito presentato come immodificabile, senza dissimulare nemmeno un barlume di rispetto per il #Parlamento e che la maggioranza ha deciso trattare in Aula la prossima settimana anche senza che la commissione avesse terminato i propri lavori, come se si trattasse di convertire un decreto legge immodificabile che sta per scadere, e non di una riforma costituzionale che incide su aspetti fondamentali dell’ordinamento.
Ma quando in maniera forse imprevista e senza l’autorizzazione del #Governo, le commissioni si permettono, o sono di fatto costrette, ad approvare qualche emendamento cosa accade ?
Accade che il disegno di legge, dopo oltre un anno di discussione anche se era ormai prossimo alla approvazione, con un copia e incolla, diventa un decreto legge. Un decreto legge, come quello che stiamo appunto per convertire, palesemente privo dei presupposti costituzionali di straordinaria necessità e urgenza. Anche perché al momento per quanto sia effettivamente straordinario che le commissioni del Senato, grazie alla determinazione delle opposizioni, abbiano osato approvare degli emendamenti che avrebbero costretto alla terza lettura disattendendo la pratica del monocameralismo di fatto, tale pratica non è ancora prescritta da nessuna norma costituzionale, e appare anzi di dubbia legittimità.
Ma a chi giova una simile mortificazione del Parlamento? a chi giova una simile violazione dei capisaldi della democrazia parlamentare e pluralista ? una simile violazione dei principi fondamentali dello Stato costituzionale di diritto?
Di sicuro non giova ad alcun cittadino. Una legislazione contraddittoria, di dubbia legittimità, che conosce solo la dimensione repressiva e demagogica non è in grado di risolvere nessun problema, non è in grado di garantire a nessuna persona quella sicurezza che è necessaria per l’esercizio di ogni libertà.
A questa prospettiva, a questo modo di legiferare e di mortificare il Parlamento ci siamo opposti e continueremo ad opporci con determinazione, perché continuiamo a credere che la #democrazia – come dimostra anche la storia del nostro Paese – se non si riduce alla scelta del capo e non si piega alla ricerca del consenso facile, può svolgere una straordinaria funzione emancipante e può contribuire alla rimozione di quegli ostacoli – oggi sempre più alti – che impediscono il pieno sviluppo della persona umana ed escludono troppi dall’effettivo esercizio di #diritti fondamentali, come ad esempio il diritto alle cure o il diritto a un lavoro sicuro e retribuito in maniera più giusta.
Per queste ragioni voteremo contro la conversione in legge di questo decreto, e per queste ragioni continueremo a fare una opposizione di merito che non si sottrae mai al confronto ma dimostra ai cittadini che una alternativa al vostro Governo non solo è possibile ma è quanto mai urgente per la crescita e lo sviluppo dell’intero Paese.








